Commento alla Liturgia

Sabato della XXIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

1Tm 1,15-17

15Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. 17Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vangelo

Lc 6,43-49

43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. 46Perché mi invocate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico? 47Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. 49Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande".

Commento alla Liturgia

Perché?

MichaelDavide Semeraro

La domanda che il Signore Gesù lancia come sfida è una questione dolorosamente e perennemente aperta per tutta la vita:

«Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?» (Lc 6,46).

Lungi da noi cercare di dare una risposta a questa domanda, ammassando semplicemente meriti e trasformando la nostra vita di discepoli in un’opera di beneficenza. Persino tanta beneficenza può nascondere un vuoto da riempire, piuttosto che essere l’espressione autentica di un sentire profondo che diventa l’identità della nostra vita. Essere discepoli significa prima di tutto sprofondarsi letteralmente nell’ascolto e lasciare che le radici della propria vita raggiungano la sorgente che scaturisce dalla roccia e che non dipende dal tempo e dalle stagioni, ma rimane perennemente viva. Allora saremo «albero buono» (Lc 6,43) e porteremo nel nostro cuore un vero «buon tesoro» (6,45). Come ci ricorda l’apostolo, ciò che fa la differenza è il riferimento della nostra vita:

«Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori» (1Tm 1,15)

e lo fa con «misericordia» e «magnanimità» (1,16).
Questo atteggiamento divino nei confronti di ciascuno di noi ci permette una coerenza altrimenti impossibile, tanto che l’albero produce i suoi frutti, la casa dalle salde fondamenta resiste a tutte le intemperie e il Maestro genera dei discepoli che sono l’incarnazione della sua parola profonda e autorevole. Alla luce di questa parola, che scuote le fondamenta della nostra vita perché ci interroga, possiamo dire che tra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, ma il cuore. Il Signore Gesù apre per ciascuno un cammino di chiarezza interiore impossibile senza un serio impegno di chiarificazione: se siamo puri nel cuore lo saremo anche negli atti che il cuore ci ispirerà; se Dio non solo è di casa sulle nostre labbra, ma è l’ospite interiore più amato e accolto, allora le nostre parole saranno un riflesso della sua presenza.
Tra le prospettive possibili e le molteplici bellezze della parabola che la Liturgia ci offre, possiamo sottolineare che una casa non è solo un luogo per se stessi, ma normalmente è un luogo condiviso, anche quando non fosse ambito di quotidiana convivenza. Allora è molto bello fare memoria del passo che abbiamo ascoltato ieri circa la spinosa questione della pagliuzza e della trave. Un piccolo raccontino può aiutare a cogliere un nesso non immediato tra queste due parabole. «Due uomini, dopo aver ascoltato la parabola della trave e della pagliuzza, ne furono molto toccati. Allora uno di loro scardinò dal suo occhio la trave e, subito dopo, aiutò con la più grande delicatezza di questo mondo il suo amico a togliere dal suo una piccola pagliuzza. Finalmente ambedue ci videro bene e chiaramente e si chiesero cosa farne della pagliuzza e della trave. Decisero di costruire insieme una casa: la trave servì da struttura e la pagliuzza da copertura del tetto. Le pietre della mutua comprensione furono cementate con la carità e le occasioni mancate nel reciproco amore furono trasformate da buchi in finestre, da cui il sole della misericordia e del perdono poteva inondare e rallegrare l’interno della casa. Quando l’uragano si abbatté su quella casa, essa non cadde perché era costruita bene».

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