Commento alla Liturgia

B.V. Maria Addolorata

Prima lettura

Eb 5,7-9

7Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono,

Vangelo

Gv 19,25-27

25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!". 27Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé.

oppure

Lc 2,33-35

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: "Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori".

Commento alla Liturgia

Quadrato

MichaelDavide Semeraro

Curiosamente il Vangelo della Passione secondo Giovanni fa quadrato ai piedi della croce del Signore. Appena prima del testo che leggiamo in questa memoria che prolunga la festa di ieri, si parla della tunica inconsutile del Signore, che viene divisa tra «quattro» soldati. A questi quattro soldati senza nome e senza volto, l’evangelista sembra avere bisogno di contrappore altre quattro figure di donne con un volto preciso, tanto a che – solo a loro - viene loro dato da un nome. Queste donne sembrano fare quadrato – nel senso militare del termine – perché la croce non venga come profanata dalla violenza della nostra umanità bruta abituata a prendere, ma sia compresa come luogo di nuova genesi e di fecondità nuova. Il quadrato delle donne mette in luce il mistero di quel discepolo amato che non è il rimasuglio buono dei Dodici, ma la promessa di ciò che ciascuno è sempre in grado di diventare. Le donne sotto la croce sembrano assicurare, come nel momento del parto, uno spazio adeguato per un parto ancora più doloroso di quello della nascita, eppure così importante per la nostra speranza e quella di tutta l’umanità.
Tra queste donne spicca la figura della Madre di Gesù, che nel vangelo di Giovanni compare per la prima volta proprio a Cana, dove sembra mettere al mondo il Figlio Gesù permettendogli – e quasi costringendolo – a manifestarsi. Sotto la croce Maria diventa simbolo della Chiesa e di ogni credente chiamato a restare fino all’ultimo sotto la croce, per accogliere gli inizi della nuova creazione che sgorgano dal cuore trafitto dell’Agnello immolato. Colei che lo accompagna nella sua prima tappa di rivelazione non può che accompagnarlo anche nella sua ultima tappa di piena rivelazione dell’amore. La presenza di Maria – e non solo di lei, ma quella di altre donne unitamente al discepolo, speciale perché amico – è come il vessillo che si leva attorno a quella croce di cui ieri abbiamo celebrato l’esaltazione e quasi il trionfo. Laddove la Chiesa costantiniana edificava basiliche che segnavano il trionfo della cristianità, con tutte le sue luci corredate da inevitabili ombre, una sottile pietà legata ai più poveri e, ancora una volta, alle donne cerca di rammemorare “quegli altri” e soprattutto “quelle altre” che furono capaci di sopportare il più crudo fallimento di Gesù senza che l’amore si incrinasse minimamente, anzi lo dilatò enormemente:

«da quell’ora il discepolo la prese con sé» (Gv 19,27).

La madre che sta sotto e presso la croce ci mostra l’amore invincibile che si fa indicibile. Maria ci ricorda che l’amore non intristisce neppure nel dolore più acuto e urlante, ma fiorisce ancora più vigoroso. Maria accompagna il suo Figlio fino all’estremo dono della sua vita, sapendo portare con lui il peso del fallimento e del ridicolo, fino a mescolare le sue lacrime materne al suo sangue effuso. La memoria di oggi non ci fa più stare, come la festa di ieri, di fronte alla croce ma, ben più umilmente, proprio e solo ai piedi di essa. Maria è quella piccola fiamma che tutto il tormentoso buio del Golgotha non può spegnere ed è capace di trapassare la notte più spessa come una spada di luce, non abbagliante ma lacerante. Il luogo del supplizio diventa, per la presenza di Maria e di quanti si stringono accanto a lei, un santuario, l’unico e vero tempio di cui aveva parlato Simeone, di cui aveva parlato il Signore Gesù. Come dice Charles Peguy: «impossibile che il soffio della morte la spenga». Il parto di Maria si compie sotto la croce e non c’è nessun travaglio di umanità che sia ormai estraneo alla vita e alla passione di Dio.

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