Commento alla Liturgia

S. Francesco d'Assisi

Prima lettura

Gal 6,14-18

14Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. 15Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l'essere nuova creatura. 16E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l'Israele di Dio. 17D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. 18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Vangelo

Mt 11,25-30

25In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

Commento alla Liturgia

Nuova creatura

Roberto Pasolini

La santità del poverello di Assisi, che il nostro Paese venera come patrono, è caratterizzata da una luce intensa e universale, capace di attirare l’attenzione e il desiderio del cuore verso i tratti più nobili che la nostra umanità è capace di esprimere. Il saluto che ancora oggi i suoi frati sparsi in tutto il mondo comunicano a ogni uomo e donna che incontrano – «Il Signore ti dia pace!», o il più semplice «Pace e bene» – sintetizza quell’armonia ritrovata, con se stessi, con gli altri e con il mondo, di cui non solo è possibile fare esperienza, ma di cui si può anche fare dono al prossimo. Come ha voluto subito ricordare papa Francesco, nella sua visita ad Assisi all’inizio del suo pontificato, questa pace non è però da intendersi superficialmente, come una romantica disposizione interiore: «La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore» (Omelia del santo padre Francesco, piazza san Francesco Assisi, 4 ottobre 2013).
Del resto, lo stesso Francesco potrebbe reagire a qualsiasi lettura riduttiva della sua esperienza umana e cristiana con le stesse parole di san Paolo:

«Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14).

Il mondo che per il poverello di Assisi è stato crocifisso è quel pezzo di società medievale — così lontana ma pur così vicina alla nostra — in cui egli ha saputo incarnare con fantasia e determinazione tutta la povertà di Spirito indicata dal vangelo di Cristo, fino a «essere nuova creatura» (6,15). Un simile cammino non è stato per Francesco un’istantanea semplificazione del vivere, quasi una ritrovata fanciullezza d’animo, come alcune sue leziose rappresentazioni lasciano intendere. Come ogni altro uomo che si misura seriamente con «l’ardente e dolce forza» della grazia di Dio, Francesco di Bernardone ha dovuto perdere tante battaglie con se stesso prima di poter accogliere il Signore Gesù come unico padrone da servire e da cui imparare il segreto di una vita povera perché già colmata nel suo più naturale bisogno, quello di essere e sentirsi gratuitamente amati:

«Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrò rivelarlo» (Mt 11,27).

Nessuno può accettare di vivere la logica radicale delle beatitudini senza aver prima compreso la parola della Croce come assoluta ed estrema manifestazione dell’amore di Dio per ogni sua creatura. D’altra parte, non si può fare esperienza di tale amore se non attraverso una quotidiana e incessante accoglienza dei limiti propri e altrui, che lascia sul nostro corpo la firma di un’alleanza vissuta, fino a poter dire senza alcun vanto:

«Io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo» (Gal 6,17).

Francesco ha sperimentato che vivere così, assumendo la realtà come il solo luogo in cui poter essere felici e gli altri come unica occasione per amare ed essere amati, trasforma il peso dei giorni in una sostenibile leggerezza. Con la delicata e incrollabile forza dei miti di cuore, il Poverello ha acceso nel mondo e consegnato all’umanità la nostalgia per un’esistenza ispirata alla libertà e alla gioia del vangelo, dove il sogno della fraternità non è più impossibile per ogni uomo e donna che si scoprono disposti a manifestare con fiducia il proprio (essere) bisogno:

«E con fiducia l’uno manifesti all’altro le proprie necessità, perché l’altro gli trovi le cose necessarie e gliele dia. E ciascuno ami e nutra il suo fratello, come la madre ama e nutre il proprio figlio, in tutte quelle cose in cui Dio gli darà grazia» (San Francesco, Regola non Bollata, capitolo IX).

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Questo termine πραΰς (praùs) è proprio solo di Matteo in tutto il Nuovo Testamento, se si esclude una occorrenza in 1Pt 3,4. La mitezza è presentata come una beatitudine (Mt 5,5) e come una caratteristica peculiare di Gesù. Esplicito il richiamo alla descrizione del re messianico fatta dal profeta Zaccaria (21,5), che Matteo cita al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme subito prima della Passione. Mitezza e umiltà erano infatti le prerogative del Messia atteso nella tradizione ebraica, che riferisce queste qualità anche a Mosè. L’immagine del ζυγός (zugòs), strumento ben noto alle antiche attività agricole, nella letteratura neotestamentaria assume essenzialmente un senso figurato, in riferimento al peso della schiavitù oppure, come in questo caso, interpretato come il peso dell’osservanza della Legge, che nella tradizione giudaica l’ebreo accettava di portare per servire Dio. Gesù può definirlo “dolce” e “leggero” perché lui stesso si offre di condividerlo.

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