Commento alla Liturgia

Sabato della XXVII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Gl 4,12-21

12Si affrettino e salgano le nazioni alla valle di Giòsafat, poiché lì sederò per giudicare tutte le nazioni dei dintorni. 13Date mano alla falce, perché la messe è matura; venite, pigiate, perché il torchio è pieno e i tini traboccano, poiché grande è la loro malvagità! 14Folle immense nella valle della Decisione, poiché il giorno del Signore è vicino nella valle della Decisione. 15Il sole e la luna si oscurano e le stelle cessano di brillare. 16Il Signore ruggirà da Sion, e da Gerusalemme farà udire la sua voce; tremeranno i cieli e la terra. Ma il Signore è un rifugio per il suo popolo, una fortezza per gli Israeliti. 17Allora voi saprete che io sono il Signore, vostro Dio, che abito in Sion, mio monte santo, e luogo santo sarà Gerusalemme; per essa non passeranno più gli stranieri. 18In quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo e latte scorrerà per le colline; in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque. Una fonte zampillerà dalla casa del Signore e irrigherà la valle di Sittìm. 19L'Egitto diventerà una desolazione ed Edom un arido deserto, per la violenza contro i figli di Giuda, per il sangue innocente sparso nel loro paese, 20mentre Giuda sarà sempre abitata e Gerusalemme di generazione in generazione. 21Non lascerò impunito il loro sangue, e il Signore dimorerà in Sion.

Vangelo

Lc 11,27-28

27Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!". 28Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!".

Commento alla Liturgia

Piuttosto

Roberto Pasolini

C’è più che una punta di ammirazione nella voce altisonante di quella donna che ha l’ardire di interrompere il Signore Gesù nel bel mezzo di un suo insegnamento, per far risuonare la voce del suo incontenibile sentimento. Non possiamo che cogliere anche un pizzico di invidia nella scelta di non trattenere oltre il proprio pensiero per poterlo far sentire a tutti i presenti, nell’intima speranza di essere portavoce di un sentire comune:

«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato» (Lc 11,27).

Capita anche a noi, non così di rado, di gettare lo sguardo verso gli altri e verso la forma esteriore della loro vita con la netta sensazione di scorgere qualcosa di meglio rispetto a quello che a noi è (finora) capitato. La logica del confronto abita silenziosamente dentro le profondità dei nostri occhi, fino a renderci smemorati rispetto alle tante cose che continuano a essere offerte anche a noi per accompagnare la crescita della nostra vita fino al suo meglio. Un grande esegeta del secolo scorso definisce in modo estremamente lucido quel sentimento che erompe dentro di noi quando restiamo troppo condizionati dal confronto con gli altri: «L’invidia ci fa soffrire di un bene toccato a un altro e goderne se ne priviamo gli altri» (P. Beauchamp).
Piuttosto che soffermarsi sulle intenzioni della donna, il Signore Gesù reagisce alla sua vivace esclamazione dilatando – come sempre – l’orizzonte della felicità verso logiche più inclusive di quanto possa apparire ai nostri occhi:

«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28).

Se nel pensiero della donna la felicità veniva posta in relazione alla possibilità di essere in un rapporto molto esclusivo con la carne umana di Gesù, nella replica di quest’ultimo le condizioni di felicità vengono estese fino a potersi compiere in qualsiasi carne umana disposta a entrare in una relazione autentica con Dio.
Il verbo (greco) con cui Gesù fa riferimento all’atteggiamento che deve succedere all’ascolto della parola di Dio – tradotto in italiano con «osservare» – non è da intendersi come un semplice riferimento alla necessità di concretizzare quello si è prima compreso con la mente. Nel vangelo di Luca, fin dalle prime battute, questo verbo allude alla capacità di «custodire» e «fare buona guardia» a quel gregge di cui si è responsabili, proprio come fanno i pastori nella notte della natività (cf. Lc 2,8).
C’è un livello della nostra interiorità — dove si giocano gli orientamenti fondamentali di ogni agire pratico e intenzionale — in cui bisogna imparare a dimorare con pazienza e occhi ben aperti, facendo ottima guardia a ogni parola di vita e di speranza che Dio continuamente semina dentro la nostra terra. In questo luogo profondo, «osservare» la parola di Dio significa soprattutto nutrire quella dignità filiale ricevuta nel battesimo, senza dare ossigeno ai pensieri di tristezza e di rassegnazione con cui «amiamo» sentirci inferiori agli altri. Osservare, senza rinnegare, quello che Dio sta realmente dicendo alla nostra vita è la via maestra per aprirci a una reale e fattiva comunione con lui, fondata su una legittima conoscenza della sua universale e personale provvidenza:

«Allora voi saprete che io sono il Signore, vostro Dio, che abito in Sion, mio monte santo, e luogo santo sarà Gerusalemme; per essa non passeranno più gli stranieri» (Gl 4,17).

Questo è ciò che piuttosto dovremmo fare, ogni volta che smarriamo la coscienza di essere agli occhi di Dio unici e profondamente amati: coltivare la memoria delle meraviglie già ricevute dalla sua misericordia, come insegna la voce festosa del salmista: «Gioite, giusti, nel Signore, della sua santità celebrate il ricordo» (Sal 96,12). Per non dimenticare che, se i doni e le occasioni della vita sono distribuiti in forme e modi che sfuggono alla nostra capacità di comprensione, osservare e preferire la voce buona di Dio resta una libera decisione del cuore, che niente e nessuno può mai revocare:

«Folle immense nella valle della Decisione, poiché il giorno del Signore è vicino nella valle della Decisione» (Gl 4,14).

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