Commento alla Liturgia

S. Francesco d'Assisi

Prima lettura

Gal 6,14-18

14Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. 15Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l'essere nuova creatura. 16E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l'Israele di Dio. 17D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. 18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Vangelo

Mt 11,25-30

25In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

Commento alla Liturgia

Disarmato

MichaelDavide Semeraro

Le parole del Vangelo che ci accompagnano nella liturgia odierna le possiamo veramente porre sulle labbra di Francesco, che per tutta la sua vita cercò di essere il più possibile simile al suo Maestro e Signore:

«hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

In un tempo in cui i discepoli di Cristo ritenevano giusto e doveroso armarsi per combattere i nemici della fede, Francesco si conformò radicalmente all’insegnamento del Vangelo e andò incontro al Sultano – il Nemico! – in modo così disarmato da diventare disarmante.
Una parola rivolta dal Signore Gesù ai suoi discepoli può darci la chiave per comprendere quest’attitudine di Francesco, che non è semplicemente edificante, perché è luminosamente profetica:

«Chiunque infatti vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,42).

Con questo spirito di piccolezza disarmata Francesco si presentò al Sultano, il quale incaricò i suoi medici di prendersi cura del suo corpo malato e, in particolare, dei suoi occhi sofferenti. Francesco ha permesso al Sultano di non perdere la sua «ricompensa», accettando di porsi davanti a lui nella mitezza e nell’umiltà del Vangelo.
La parola dell’apostolo Paolo diventa una traccia per la nostra vita di discepoli:

«E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio» (Gal 6,16).

La «norma» evocata da Paolo possiamo intenderla a partire dall’esortazione del Signore: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). In questo spirito di disarmo dogmatico di cui san Francesco fu profeta e di cui la Chiesa si è lasciata permeare nel corso di questi ultimi secoli, papa Francesco ha firmato una dichiarazione congiunta con il Grande Imam di Al-Azha in cui si afferma «la forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune». San Francesco, prega per noi… prega per tutti.

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Questo termine πραΰς (praùs) è proprio solo di Matteo in tutto il Nuovo Testamento, se si esclude una occorrenza in 1Pt 3,4. La mitezza è presentata come una beatitudine (Mt 5,5) e come una caratteristica peculiare di Gesù. Esplicito il richiamo alla descrizione del re messianico fatta dal profeta Zaccaria (21,5), che Matteo cita al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme subito prima della Passione. Mitezza e umiltà erano infatti le prerogative del Messia atteso nella tradizione ebraica, che riferisce queste qualità anche a Mosè. L’immagine del ζυγός (zugòs), strumento ben noto alle antiche attività agricole, nella letteratura neotestamentaria assume essenzialmente un senso figurato, in riferimento al peso della schiavitù oppure, come in questo caso, interpretato come il peso dell’osservanza della Legge, che nella tradizione giudaica l’ebreo accettava di portare per servire Dio. Gesù può definirlo “dolce” e “leggero” perché lui stesso si offre di condividerlo.

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