Commento alla Liturgia

Martedì della XXI settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

2Ts 2,1-3a.13-17

1Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, 2di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. 3Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, 13Noi però dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. 14A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. 15Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. 16E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, 17conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

Vangelo

Mt 23,23-26

23Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. 24Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! 25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi pulito!

Commento alla Liturgia

L'interno

Roberto Pasolini

Dopo aver celebrato la regalità di Maria, in cui la nostra umanità appare come un dono e un compito pieno di grazia, la liturgia — con grande tempismo — ci costringe a verificare in base a quali criteri stiamo accogliendo e custodendo la grazia della nostra vita. Un rischio grave, e molto sottile, ricorre con regolarità nei nostri giorni: smarrire l’elenco delle priorità e, così, iniziare a tralasciare, anziché coltivare, quelle cose che dovrebbero essere il fondamento del nostro modo di pensare e di agire, per onorare la nostra dignità di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio. Sembra questa la preoccupazione che anima sia la voce, robusta e perentoria, di Gesù, sia la riflessione, ben argomentata, dell’apostolo Paolo.
Nella polemica con gli scribi e i farisei, il Signore Gesù pone l’accento non tanto sull’incoerenza o sulla debolezza morale dei suoi interlocutori, ma sull’evidente frattura presente nel loro modo di porsi agli occhi della gente e, ancor prima, forse, davanti a se stessi:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumino e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Mt 23,23).

Viene così smascherata la malattia profonda che può affliggere la vita dei credenti: una religiosità sterile, in cui mentre si cerca di rimanere fedeli ai precetti meno impegnativi ma formalmente legati al culto di Dio, ci si prende la libertà di tralasciare i compiti più esigenti assegnati alla nostra umanità, da assumere e svolgere sempre in relazione a quella degli altri. L’ipocrisia è l’inevitabile atteggiamento che cominciamo ad assumere quando mettiamo così tanto al centro noi stessi da non riuscire più a sentire e a percepire i modi con cui la realtà ci invita a muoverci e a metterci in cammino, per poter centrare gli obiettivi della fedeltà al Dio della vita: la pratica della giustizia, il respiro della misericordia. Un cuore ipocrita non può che tradursi in una vita schiava dell’esteriorità, in cui si spendono tante energie e risorse per mantenere pulito «l’esterno del bicchiere e del piatto», mentre all’interno restiamo pieni del solito cibo che mai è in grado di saziare: «pieni di avidità e di intemperanza» (23,25). Eppure, se volessimo davvero combattere l’abitudine a possedere e assecondare le nostre passioni, nulla ci è davvero di impedimento, perché il combattimento interiore è l’ascesi quotidiana da cui è sempre possibile ricominciare l’arte della vera purificazione:

«Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito» (Mt 23,26).

Anche i primi cristiani, sebbene pervasi e saziati dalla gioia della risurrezione del Signore, erano tentati di spostare all’esterno — nel sempre promettente quadro del prossimo futuro — le aspettative e gli aneliti del cuore. L’apostolo invita tutti a non accarezzare il sogno di raggiungere troppo in fretta il compimento delle attese e delle speranze, nemmeno quelle che riguardano il ritorno di Cristo e, quindi, la sospensione della storia, con le sue grandi occasioni e le sue quotidiane fatiche:

«Vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente» (2Ts 2,2-3).

Ciò non significa restare nella realtà senza la speranza che il mistero della risurrezione sia, già fin d’ora, il balsamo e la forza che accompagnano i nostri passi. L’incoraggiamento di Paolo vuole essere un invito a scoprire quanta consolazione lo Spirito del risorto sia in grado di suscitare nelle pieghe più nascoste di ogni storia e di ogni cuore:

«E lo stesso Signore Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene» (2Ts 2,16-17).

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