www.nellaparola.it
Questa espressione può avere un senso metaforico e indicare l’autorità di chi insegna, come si dice, ex cathedra (kathedra, καθέδρα), e quindi riferirsi a Mosè, oppure un senso reale, perché in alcune sinagoghe, sebbene tardive rispetto al testo evangelico, vi erano seggi speciali per la presidenza dell’assemblea. Probabilmente, scribi e farisei sono descritti qui come coloro che non solo custodivano la Torah ma la trasmettevano nelle liturgie sinagogali.
Il sostantivo phortion (φορτίον), “carico, fardello”, è lo stesso che Gesù definisce “leggero” in 11,30, riferendosi al “suo” peso. In senso proprio, il sostantivo significa “carico” della nave, mentre qui si parla dei pesi che derivano dall’osservanza della Torah. Forse la differenza tra il carico di Gesù e quello di scribi e farisei è che questi ultimi non aiutano la gente a portarlo, mentre Gesù condivide il “giogo” con chi si trova a portarlo.
Il termine kathēgētēs (καθηγητής) ricorre solo qui in tutto il Nuovo Testamento, e significa “guida, tutore, precettore”.
Il verbo diakoneō (διακονέω), da cui ha origine il sostantivo diakonos (διάκονος), nella maggior parte delle occorrenze in Matteo conferma il significato principale del verbo, quello di “servire a tavola”, ma Gesù amplia questo servizio fino a esprimere la più alta delle opere: la diaconia di Gesù, che riassume ciò per cui è venuto, è quella che arriva a dare la vita per il riscatto di molti (cf. 20,28).
Commento alla Liturgia
Sabato della XX settimana di Tempo Ordinario
Prima lettura
Ez 43,1-7a
1Mi condusse allora verso la porta che guarda a oriente 2ed ecco che la gloria del Dio d'Israele giungeva dalla via orientale e il suo rumore era come il rumore delle grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria. 3La visione che io vidi era simile a quella che avevo visto quando andai per distruggere la città e simile a quella che avevo visto presso il fiume Chebar. Io caddi con la faccia a terra. 4La gloria del Signore entrò nel tempio per la porta che guarda a oriente. 5Lo spirito mi prese e mi condusse nel cortile interno: ecco, la gloria del Signore riempiva il tempio. 6Mentre quell'uomo stava in piedi accanto a me, sentii che qualcuno entro il tempio mi parlava 7e mi diceva: "Figlio dell'uomo, questo è il luogo del mio trono e il luogo dove posano i miei piedi, dove io abiterò in mezzo ai figli d'Israele, per sempre. E la casa d'Israele, il popolo e i suoi re, non profaneranno più il mio santo nome con le loro prostituzioni e con i cadaveri dei loro re e con le loro stele,
Salmo Responsoriale
Dal Sal 84(85)
R. La gloria del Signore abiti la nostra terra.
Oppure:
R. Risplenda in mezzo a noi, Signore, la tua gloria.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. R.
Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo. R.
Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. R.
Vangelo
Mt 23,1-12
1Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente. 8Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.
Note
Approfondimenti
Il verbo kathizō (καθίζω) compare qui come un aoristo gnomico, di solito usato per sentenze e proverbi, e implica il fatto che i farisei sono ancora seduti, come se fosse un perfetto.
Questa non è un’affermazione critica, anzi rappresenta forse l’unica valutazione positiva del loro ruolo in tutto il vangelo. Anche studi recenti portano ugualmente a riabilitare i farisei e la loro ricchissima tradizione. In particolare, qui si descrive la correttezza del loro insegnamento, che anche Gesù riconosce. Vengono rimproverati, invece, perché non hanno una prassi corrispondente all’interpretazione che danno della Torah.
Infatti, diversamente da quanto comunemente di crede, l’esegesi farisaica della Scrittura non era letterale, ma cercava di adattare e rendere praticabili le norme della Torah. Tuttavia, come le parole di Gesù al v. 5 mostrano, i farisei si concentravano troppo su dettagli minimi, rischiando di perdere di vista il cuore della rivelazione di Dio.
Nell’ebraico biblico il termine rab (grande) appare soltanto in associazione ad altri nomi. Dopo la distruzione del Tempio, rabbì (ῥαββί) precede il nome dei maestri e così nelle fonti rabbiniche viene usato come appellativo assoluto per indicare il maestro di dottrina. I rabbì farisei si ritenevano depositari dell’interpretazione della Torah, utilizzando il titolo per designare il loro ruolo e le loro prerogative.
Al tempo in cui Matteo scrive il suo vangelo, il titolo di rabbì veniva probabilmente usato anche per definire gli scribi cristiani, forse conferito con una vera e propria investitura. Forse per questo Gesù proibisce ai discepoli di chiamarsi in questo modo – indicazione presente solo in questo vangelo – perché non diventi un modo per ricevere onori e potere.
Tutti fratelli
Le indicazioni che il Maestro Gesù rivolge «alla folla e ai suoi discepoli» (Mt 23,1), circa le cattive abitudini religiose di scribi e farisei, sono rivolte oggi a noi. Noi che, pur essendo discepoli di un vangelo di libertà, corriamo facilmente il rischio di rimanere imbrigliati nelle trappole di ipocrisia disseminate in ogni sentiero religioso. I farisei vengono stigmatizzati da Gesù per la loro abitudine a compiere gesti non a partire dal cuore, ma dal desiderio di essere visti e apprezzati:
«Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente» (Mt 23,5-7).
Nessuno può sentirsi mai e del tutto estraneo al fascino che è capace di esercitare uno sguardo di ammirazione e un giudizio di consenso. Anzi, solo così, fin da piccoli, impariamo a riconoscere quale valore possiamo accordare alla nostra vita e quanti talenti la bontà del Signore vi ha versato gratuitamente. Proprio attraverso gli sguardi che gli altri hanno su di noi, perveniamo, gradualmente, a intuire quale può essere il nostro posto nel mondo e nella chiesa, che nome possiamo dare a quel misterioso incontro tra i nostri desideri e il disegno di Dio che, comunemente, definiamo “vocazione”. Il problema, però, sorge quando restiamo troppo dipendenti da questi sguardi, identificandoci troppo con le aspettative che gli altri hanno costruito su di noi. Oppure quando restiamo troppo legati a coloro che, nel processo di crescita della nostra vita battesimale, sono stati prezioso strumento nelle mani di Dio per orientare e plasmare la nostra libertà e il nostro discernimento. Su quest’ultimo pericolo, il Signore Gesù è particolarmente schietto nel suo insegnamento:
«Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,8-9).
Trasformare i rapporti di solidarietà e di mutua dipendenza, che la vita chiede a tutti di assumere, per iniziare a sentirci solo fratelli, è un passo delicato e drammatico. Pur essendo il compimento di quello che (in realtà) già siamo, esige da noi la rinuncia a tutti quei giochi di ruolo a cui siamo affezionati e alle semplificazioni che i ruoli necessariamente introducono nella realtà delle relazioni. Accogliere la radicalità del vangelo significa imparare a rimanere — senza allarmare né allarmarsi — nell’unica consapevolezza che, essendo figli di Dio, non dobbiamo niente a nessuno e nessuno deve niente a noi. Solo entrando in questa coscienza, le scelte più belle, di servizio e di dedizione, possono nascere e maturare nella libertà. E, quindi, nella speranza di poter durare a lungo. Magari anche per sempre:
«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23,11).
Per non decadere da questo statuto, è necessario custodire il senso che la visione profetica di Ezechiele è capace oggi di comunicarci. Contemplando la scena della gloria di Dio che entra nel tempio di Gerusalemme con fedeltà e gratuità, noi cristiani siamo autorizzati a credere che sia finito per sempre il tempo di cercare «gloria gli uni dagli altri», per dedicarci unicamente a quella «gloria che viene da Dio solo» (Gv 5,44). Perché il vero tempio, il luogo dove la rilevanza di Dio è pienamente visibile nella storia e nel mondo, siamo noi. Proprio noi:
«Figlio dell’uomo, questo è il luogo del mio trono e il luogo dove posano i miei piedi, dove io abiterò in mezzo ai figli d’Israele, per sempre» (Ez 43,7).
Cerca nei commenti