Nel cap. 23 vi è il più alto numero di occorrenze di questa parola ouai (οὐαί), ripresa dall’ebraico ‘ôy, un’espressione di dolore e di pena verso chi compie il male e che l’interlocutore vuole così mettere in guardia.
Si tratta di un vero e proprio atto comunicativo, con una precisa funzione pragmatica: nella Bibbia e nelle letterature vicine, infatti, il genere letterario dei guai veicola tre tipi di messaggi.
1. Lamento o paura a causa di un evento.
2. Rimprovero verso il destinatario per la sua malvagità.
3. Minaccia, ma espressa con verbi al futuro come in Luca 6,25, per mettere in guardia ed evitare castighi.
Quello di Gesù, che non intende certo lanciare maledizioni, è più un rimprovero verso i farisei, che godono di notevole prestigio nel popolo, perché cambino il loro modo di rapportarsi alla Torah, evitando così di perdersi e di far perdere gli altri.
Commento alla Liturgia
Lunedì della XXI settimana di Tempo Ordinario
Prima lettura
2Ts 1,1-5.11b-12
1Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre nostro e nel Signore Gesù Cristo: 2a voi, grazia e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo. 3Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l'amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo. 4Così noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra perseveranza e la vostra fede in tutte le vostre persecuzioni e tribolazioni che sopportate. 5È questo un segno del giusto giudizio di Dio, perché siate fatti degni del regno di Dio, per il quale appunto soffrite. 11Per questo preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l'opera della vostra fede, 12perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 95(96)
R. Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. R.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie. R.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,
il Signore invece ha fatto i cieli. R.
Vangelo
Mt 23,13-22
13Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. [ 14] 15Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi. 16Guai a voi, guide cieche, che dite: "Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l'oro del tempio, resta obbligato". 17Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l'oro o il tempio che rende sacro l'oro? 18E dite ancora: "Se uno giura per l'altare, non conta nulla; se invece uno giura per l'offerta che vi sta sopra, resta obbligato". 19Ciechi! Che cosa è più grande: l'offerta o l'altare che rende sacra l'offerta? 20Ebbene, chi giura per l'altare, giura per l'altare e per quanto vi sta sopra; 21e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. 22E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.
Note
Approfondimenti
Nel cap. 23 vi è il più alto numero di occorrenze di questa parola ouai (οὐαί), ripresa dall’ebraico ‘ôy, un’espressione di dolore e di pena verso chi compie il male e che l’interlocutore vuole così mettere in guardia.
Si tratta di un vero e proprio atto comunicativo, con una precisa funzione pragmatica: nella Bibbia e nelle letterature vicine, infatti, il genere letterario dei guai veicola tre tipi di messaggi.
1. Lamento o paura a causa di un evento.
2. Rimprovero verso il destinatario per la sua malvagità.
3. Minaccia, ma espressa con verbi al futuro come in Luca 6,25, per mettere in guardia ed evitare castighi.
Quello di Gesù, che non intende certo lanciare maledizioni, è più un rimprovero verso i farisei, che godono di notevole prestigio nel popolo, perché cambino il loro modo di rapportarsi alla Torah, evitando così di perdersi e di far perdere gli altri.
Questa espressione è propria esclusivamente di Matteo ed è oggetto di diverse interpretazioni.
1. Secondo alcuni dimostrerebbe un’attività missionaria giudaica verso i pagani, ipotesi tuttavia difficile da sostenere e soprattutto da configurare come proselitismo. Inoltre, in questo brano Gesù utilizza espressioni iperboliche per trasmettere un’idea.
2. Secondo altri, si tratterebbe di un tentativo dei farisei di convincere i “timorati di Dio” (cioè i non ebrei convertiti al giudaismo, ma senza circoncisione) a diventare ebrei a pieno titolo con la circoncisione. In questo caso, Gesù sembrerebbe critico verso questo tentativo e più vicino alla posizione – pure diffusa – per cui non si doveva chiedere ai pagani di circoncidersi. Forse questa interpretazione è la più aderente al testo.
3. Secondo altri ancora, Gesù si riferirebbe allo zelo dei farisei nel convincere altri ebrei a far parte del loro gruppo.
In ogni caso, ciò che sembra stare a cuore a Gesù è che questi stranieri – timorati di Dio o ebrei – si trovavano comunque schiacciati da pesi insopportabili.
Compimento
Ciò che sembra fare massimamente difetto nella condotta e nella modalità con cui gli scribi e i farisei vivono la loro esperienza di fede e, in certo modo, impediscono agli altri di vivere la loro propria esperienza di fede, sembra essere la paura che possa esserci un «compimento» (2Ts 2,11). La resistenza dei farisei a ogni forma di legittima libertà, che si fa talora insistenza ossessiva sull’osservanza di quanto è prescritto, sembra radicare in una paura di accogliere l’esistenza e la bellezza di qualcosa che superi il mondo e il modo delle consuetudini e faccia impallidire il proprio modo di pensare e di concepire il rapporto con Dio. Il rimprovero del Signore Gesù non è per nulla tenero:
«chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare» (Mt 23,14).
Molto probabilmente, gli scribi e i farisei avranno avvertito quest’accusa del Signore Gesù come profondamente ingiusta. Forse sarà loro venuto di rispondere, proprio come i capri della parabola che il Signore Gesù racconterà alla fine del suo ministero: «Quando mai…?» (25,44). Bisogna, infatti, riconoscere che il desiderio di scribi e farisei è di aiutare, fin quasi a costringere, la gente a entrare nel regno dei cieli attraverso una vita devota e scrupolosamente osservante.
Ciò che a un certo punto non solo impedisce che questo si possa concretizzare, ma persino rischia di sortire l’effetto contrario, è l’incapacità da parte di scribi e farisei di accettare che ci possano essere porte diverse e tempi diversi dai propri per accedere a una vera comunione con Dio. Allora si comincia a cedere alla terribile tentazione della sottilizzazione spirituale in base alla quale
«percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi» (Mt 23,15).
In realtà questo capita anche nella vita della Chiesa in generale e di discepoli in particolare. Il rischio è di chiedere all’altro di confermare i nostri cammini, accettando di ripercorrerli con assoluta docilità. Dimentichiamo così che il nostro cammino – sia quello umano che quello di fede – può essere un’ispirazione ma non può diventare in alcun modo una imposizione.
L’apostolo Paolo sembra conoscere tutto ciò non solo teoricamente, ma per esperienza. Per questo, se da una parte si rallegra dell’accoglienza del suo annuncio da parte della comunità di Tessalonica, dall’altra non dimentica che c’è un «compimento» (2Ts 1,11) che è sempre e necessariamente un superamento, per il quale è «glorificato il nome del Signore nostro Gesù»! Il Signore Gesù si mostra capace di un rigore intellettuale a cui dobbiamo ispirare il nostro modo di leggere, interpretare e continuamente convertire il nostro modo di abitare il mondo, cominciando sempre dalla capacità – quotidianamente rinnovata – di dilatare il nostro mondo interiore senza mai trasformarlo in un punto di osservazione e di giudizio della vita degli altri.
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