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Il vocabolo porphùra (πορφύρα) designa una chiocciola di mare da cui si estrare il liquido. Questo significato letterale si estende a indicare la secrezione stessa, la tintura, la porpora, e infine qualsiasi mantello tinto di questo colore. Nella letteratura rabbinica, che riprende in ebraico lo stesso termine greco, la porpora è riservata ai re e a Dio, nell’impero romano e poi bizantino diventa privilegio degli imperatori.
Il termine helkos (ἕλκος) indica un tumore o ulcera della pelle che può essere dovuto a malattia, infezione, persino morso di serpente. È impiegato nella LXX per designare la sesta piaga d’Egitto (Es 9,9-11) e il male che colpì Giobbe (Gb 2,7) e il re Ezechia (2Re 20,7). La radice ebraica di questo termine greco significa “essere caldo, ardente”.
Letteralmente, l’espressione eis ton kòlpon (εἰς τὸν κόλπον) significa “nel seno di…”. Il seno di Abramo si può intendere in due modi: in senso familiare e affettivo, che corrisponde all’impiego del quarto vangelo (Gv 1,18 in riferimento al Figlio; Gv 13,23.25 in cui il discepolo amato è appoggiato al petto di Gesù), oppure in senso sociale: nei banchetti i cuscini erano disposti in modo che la testa dell’uno si trovava all’altezza del petto dell’altro.
La testimonianza efficace richiamata dal verbo diamartùromai (διαμαρτύρομαι) – che significa “protestare prendendo dei e uomini a testimone, scongiurare, interpellare, rendere testimonianza, mettere in guardia” – non è né il richiamo ai comandamenti di Dio né l’evocazione del kèrigma cristiano, ma la dimostrazione compiuta da un prodigio, che Abramo rifiuta perché occorre il rischio della conversione e della fede, nel quale soltanto, dopo la risurrezione, Gesù è accessibile.
Commento alla Liturgia
XXVI Domenica Tempo Ordinario
Prima lettura
Am 6,1a.4-7
1Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Questi notabili della prima tra le nazioni, ai quali si rivolge la casa d'Israele! 4Distesi su letti d'avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. 5Canterellano al suono dell'arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; 6bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. 7Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l'orgia dei dissoluti.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 145(146)
R. Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. R.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri. R.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. R.
Seconda Lettura
1Tm 6,11-16
11Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 12Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. 13Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, 14ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, 15che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, 16il solo che possiede l'immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.
Vangelo
Lc 16,19-31
19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". 25Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". 27E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". 30E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". 31Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"".
Note
Sensibili
Le parole con cui la liturgia di questa domenica viene introdotta dalla preghiera di colletta ci aiutano a non fare della parabola del “ricco epulone” una semplice esortazione morale a compiere atti di carità verso i più poveri: «O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri, mentre non ha nome il ricco epulone…» (colletta). La povertà non viene indicata dal testo eucologico come un imbarazzante problema da risolvere, attraverso le innumerevoli possibilità offerte dalle risorse economiche, ma come una condizione nella quale è possibile essere raggiunti dalla voce di Dio il quale, come afferma il salmista, «rimane fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati» (salmo responsoriale). Del resto, la narrazione evangelica di Luca non insiste tanto sul rapporto tra il povero Lazzaro e l’anonimo ricco, ma sulle conseguenze di una vita che trascura il confronto con «questa fiamma» (Lc 16,24) di amore che Dio ha posto nel tempio della nostra umanità.
L’incontenibile grido del profeta Amos è una tromba capace di rovesciare dalle poltrone dell’insensibilità chiunque, attraverso una vita agiata e tranquilla, rischia di non vivere più né all’altezza delle proprie responsabilità, né in relazione a una realtà troppo distante dagli occhi e dal cuore per poter essere accolta come appello di compassione:
«Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla» (Am 6,1.4).
La dura critica del profeta, che compendia la descrizione che Luca fa di quell’uomo «ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» (Lc 16,19), mette sul banco degli imputati due traguardi molto ambiti nel nostro tempo, così avaro di pause e di riposo: la spensieratezza e la sicurezza. In una realtà sempre più fluida e costantemente minacciata da ogni genere di imprevisto, il nostro cuore è sempre alla ricerca di momenti di distrazione e di luoghi in cui potersi sentire un po’ al sicuro.
Per quanto necessaria in molti momenti della nostra vita, la tranquillità ha qualcosa di incompatibile con la fede e di radicalmente estraneo al dinamismo impetuoso dell’amore più grande. Rivolgendosi a Timoteo, Paolo non rinuncia a gettare il caro fratello in Cristo nelle inevitabili conseguenze che la vita battesimale porta con sé:
«Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni» (1Tm 6,12).
Il tragico scenario finale tracciato dalla parabola evangelica, dove l’insensibile ricco si trova «in mezzo ai tormenti» (Lc 16,25), può diventare un appello a comprendere in che modo e in quale circostanza la voce di Dio attenda la risposta della nostra sensibilità d’amore. Mentre tutti siamo sempre piuttosto reattivi quando ci è chiesta la disponibilità a mettere in mostra quello che siamo o quello che abbiamo, dobbiamo riconoscere una certa indolenza quando la vita ci chiama a dichiarare tutta la nostra povertà e la nostra fame. Il grido che erompe — tardi, ma limpidamente — dall’animo tormentato del ricco dopo la morte rivela quel bisogno inascoltato, a cui possiamo invece imparare a convertire oggi tutta l’attenzione del cuore:
«Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma» (Lc 16,24).
Intingere, affinché altri possano attingere: tra questi due estremi la nostra vita è continuamente chiamata a passare dalla penuria della solitudine alla vera ricchezza della comunione con Dio e con i fratelli.
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