Commento alla Liturgia

XXVII Domenica Tempo Ordinario

Prima lettura

Ab 1,2-3

2Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: "Violenza!" e non salvi? 3Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 94(95)

R. Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia. R.
 
Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce. R.
 
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere». R.

Vangelo

Sal 94

1Dio vendicatore, Signore, Dio vendicatore, risplendi! 2Àlzati, giudice della terra, rendi ai superbi quello che si meritano! 3Fino a quando i malvagi, Signore, fino a quando i malvagi trionferanno? 4Sparleranno, diranno insolenze, si vanteranno tutti i malfattori? 5Calpestano il tuo popolo, Signore, opprimono la tua eredità. 6Uccidono la vedova e il forestiero, massacrano gli orfani. 7E dicono: "Il Signore non vede, il Dio di Giacobbe non intende". 8Intendete, ignoranti del popolo: stolti, quando diventerete saggi? 9Chi ha formato l'orecchio, forse non sente? Chi ha plasmato l'occhio, forse non vede? 10Colui che castiga le genti, forse non punisce, lui che insegna all'uomo il sapere? 11Il Signore conosce i pensieri dell'uomo: non sono che un soffio. 12Beato l'uomo che tu castighi, Signore, e a cui insegni la tua legge, 13per dargli riposo nei giorni di sventura, finché al malvagio sia scavata la fossa; 14poiché il Signore non respinge il suo popolo e non abbandona la sua eredità, 15il giudizio ritornerà a essere giusto e lo seguiranno tutti i retti di cuore. 16Chi sorgerà per me contro i malvagi? Chi si alzerà con me contro i malfattori? 17Se il Signore non fosse stato il mio aiuto, in breve avrei abitato nel regno del silenzio. 18Quando dicevo: "Il mio piede vacilla", la tua fedeltà, Signore, mi ha sostenuto. 19Nel mio intimo, fra molte preoccupazioni, il tuo conforto mi ha allietato. 20Può essere tuo alleato un tribunale iniquo, che in nome della legge provoca oppressioni? 21Si avventano contro la vita del giusto e condannano il sangue innocente. 22Ma il Signore è il mio baluardo, roccia del mio rifugio è il mio Dio. 23Su di loro farà ricadere la loro malizia, li annienterà per la loro perfidia, li annienterà il Signore, nostro Dio.

Commento alla Liturgia

Soddisfatti

MichaelDavide Semeraro

Di certo la parabola che il Signore Gesù racconta come risposta all’invocazione dei discepoli che chiedono il suo aiuto può anche turbarci. Infatti, a prima vista, questa parabola non può che essere fastidiosa, con l’immagine di un padrone che sembra poter e voler spadroneggiare sui suoi servi cosicché questi debbano, più o meno serenamente, sottomettersi ed essere persino soddisfatti, senza nessun rispetto per se stessi e il loro lavoro. L’ordine finale è perentorio: «dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10). La domanda accorata dei discepoli è anche la nostra:

«Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6).

La risposta di Gesù, che evoca l’immagine di un padrone alquanto prepotente nei confronti della servitù, certo contrasta fortemente con tutto ciò che siamo abituati a sentire nelle parole e nei gesti del Signore, come rivelazione dell’immagine di Dio. In realtà, a ben pensarci, la parabola non parla dell’Altissimo ma, forse, parla proprio di noi.
Il soggetto dominante della parabola - che è la risposta del Maestro alla domanda sulla fede posta dai discepoli - non è il padrone con il suo comportamento, ma il servo – ciascuno di noi – con l’atteggiamento che maturiamo nei confronti della vita in relazione a Dio, a noi stessi e al mondo che ci circonda e di cui siamo custodi. Per riprendere l’esortazione dell’apostolo, la fede non sarebbe qualcosa che Dio ci può donare solo da parte sua, ma esige il lavoro appassionato di ogni giorno nel «ravvivare il dono di Dio» (2Tm 1,6). Il profeta Abacuc, che descrive lo scontro paradossale tra le due superpotenze del polo orientale, che al declino Assiro vede sorgere il nuovo impero babilonese, ricorda ai figli di Israele di non lasciarsi impressionare dalla forza e dalla potenza degli strapoteri mondani, ma di rimanere saldi aggrappandosi, per così dire, alle radici dell’Alleanza con Dio. Così, la conclusione del profeta è una sorta di antidoto alla paura e, al contempo, alla tentazione di competere con l’avversario, usando gli stessi metodi della forza. Al contrario:

«Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 1,4).

Questo versetto ampiamente e radicalmente citato dall’apostolo Paolo, per fondarvi la sua teologia della grazia (Rm 1,17; Gal 3,11), conferma la parola del Signore Gesù, il quale ricorda ai suoi discepoli che la fede non va aumentata, ma va radicalizzata: «Se aveste fede quando un granello di senape…» (Lc 17,6). Questa condizione assoluta diventa, nel seguito del testo, l’evocazione di questo servo che non fa le cose che gli sono richieste in uno spirito di asservimento, ma con una sorta di soddisfazione e di gioia. Il rapporto tra Dio e l’uomo non è quello di un datore di lavoro e di un salariato, ma è piuttosto quello dell’amore nuziale che si dona senza calcolare ed è tanto più felice quanto più si può dare con intensità e gratuità. Così il dono della fede è sempre pieno, come lo sono i gesti di un amore autentico. Si tratta di una pienezza che non è data una volta per tutte ma, per sua natura, è continuamente in crescita e lo è - prima di tutto e soprattutto - nella linea della profondità. Sempre uguale a se stessa, la fede, non potendosi accrescere quantitativamente, si può sempre approfondire in un dinamismo di perenne novità… proprio come l’amore.

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