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Finalmente, anche i Salmi!

Finalmente, anche i Salmi!

In occasione del primo anniversario del sito Nella Parola, abbiamo accolto volentieri il desiderio di molti lettori di poter avere, tra le letture del giorno, anche il testo del salmo responsoriale, che la liturgia attinge dal Salterio. Si tratta di una raccolta di 150 preghiere, scritte in ebraico, la cui paternità è attribuita da antichissima tradizione al re Davide. Oggi la critica considera questa attribuzione più simbolica che reale. Anziché essere opera di un solo autore, il libro sembra raccogliere la voce di un popolo che lungo i secoli ha imparato a offrire a Dio l’incenso della sua preghiera.


Il suo nome ebraico è Séfèr Tehillîm, il «libro delle lodi», un titolo che potrebbe sembrare inappropriato a una collezione di preghiere che spazia dagli inni di ringraziamento, ai testi di supplica, passando per quelli di meditazione sapienziale. Eppure il singolare modo con cui la lode viene celebrata rende ragione di questa univoca titolazione. Nel libro, infatti, le parole di lode non sono rivolte direttamente a Dio, ma a un destinatario umano, individuale e collettivo. Il salmista prende la voce per invitare qualcun altro a lodare Dio: «Genti tutte, lodate il Signore, popoli tutti, cantate la sua lode» (Salmo 117,1). La lode, per sua natura, è come il bello: diffusivum sui. Coinvolgendo e avvolgendo nel ritmo della preghiera, il Salterio non propone né impone il dovere di assumere artefatti sorrisi o ingenui sentimenti di ottimismo. Frequentemente l’oggetto della lode è un avvenimento personale in cui qualcuno è stato salvato, guarito, riscattato e riportato alla vita, dopo aver corso un pericolo mortale: «Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore» (Salmo 118,17). I salmi trasformano l’esperienza personale in un canto universale, che celebra il mistero della fraternità umana: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea» (Salmo 22,23).


Lo stupore che da duemila anni i cristiani provano nel ricorrere a questa ispirata antologia di preghiere deriva dal fatto che, mentre i salmi prefigurano e celebrano il mistero di Cristo, in realtà essi non parlano d’altro che dell’uomo e delle infinite sfumature di gioia, speranza e dolore di cui la sua vita è composta. Il salmista non si presenta mai come voce esemplare e aulica. La sua preghiera è quella di un fratello, non di un sublime modello. Proprio l’imperfezione e la vulnerabilità della sua esperienza lo rende così prossimo e familiare a ogni uomo che desidera scrutare il volto di Dio.


Così i Salmi, se da una parte educano il cuore a una preghiera libera e reale, dall’altra non possono che provocare a una decisione di fede. Chiunque comincia a frequentare le sue pagine, presto o tardi, è sollecitato a prendere una posizione: cercare — altrove — una forma di preghiera più pregiata e gratificante, oppure accettare l’iscrizione nel gregge dei poveri che rendono testimonianza a Dio attraverso quella lode possibile in ogni circostanza in cui la vita chiede di essere assunta e portata avanti: «Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito» (Salmo 30,3). Questa è la forza dei salmi: ricondurre “a terra” la nostra preghiera e obbligarci ad affrontare il santo viaggio verso “il cielo” proprio a partire dal posto in cui ci troviamo. Sicuri che nessun luogo può essere lontano o estraneo al Dio che ha voluto far brillare nelle nostre tenebre la sua meravigliosa luce: «Nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce» (Salmo 139,12).

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