Commento alla Liturgia

4 Gennaio

Prima lettura

1Gv 3,7-10

7Figlioli, nessuno v'inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto. 8Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo. 9Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio. 10In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, e neppure lo è chi non ama il suo fratello.

Vangelo

Gv 1,35-42

35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?". 39Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo - 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro.

Commento alla Liturgia

Inganni

Roberto Pasolini

Sembra troppo semplicistica, persino un po’ sbrigativa, la riflessione dell’apostolo nei riguardi di un tema così delicato come quello della scelta tra la giustizia e il peccato:

«Chi pratica la giustizia è giusto com’egli [Gesù] è giusto. Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore» (1Gv 3,7-8).

Il ragionamento non fa una piega ma, al contempo, appare quasi scontato, privo di una scintilla di rivelazione. Eppure, la nota con cui Giovanni introduce il suo ragionamento non deve passare inosservata:

«Fratelli, nessuno v’inganni» (Gv 3,7).

L’ingannevole modo di valutare la realtà a cui si vuole fare riferimento non è tanto quello capace di sovvertire i confini tra il bene e il male — sebbene anche questo acrobatico movimento non sia estraneo al nostro cuore — ma quello che dimentica come ogni nostra modalità di essere e di operare sia sempre “generata” da una parola. Quando ci poniamo in ascolto del Verbo di Dio, in cui la natura umana e quella divina sono indissolubilmente unite, la nostra vita diventa giustizia, quando invece la parola che ascoltiamo è quella del diavolo, la cui incessante attività consiste nel dividere ciò che Dio ha unito, la nostra esistenza assume inesorabilmente la forma del peccato. L’apostolo non esita ad affermare che il fine dell’Incarnazione non è solo la manifestazione dell’amore di Dio, ma pure la sua efficacia per noi e per la nostra salvezza:

«Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo» (Gv 3,8).

Del resto, il racconto evangelico, con cui Giovanni costruisce il primo capitolo del suo trattato teologico sul mistero del Verbo incarnato, custodisce e rivela quali sono i tratti fondamentali della sequela cristiana. Se porre i propri passi dietro a quelli dell’«agnello di Dio» (Gv 1,36) non può che essere l’avvio di ogni forma di discepolato, il vangelo ci ricorda subito la necessità che i passi del nostro cammino siano accompagnati da un desiderio di ricerca e da una disponibilità a dimorare fuori dai recinti delle proprie convinzioni:

«Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì — che, tradotto, significa maestro —, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,38-39).

L’assunzione della divinità del Verbo come misura di trasfigurazione della nostra umanità nel disegno di Dio è un processo che può maturare solo dentro una comunione di vita che, gradualmente, può diventare anche comunione di cuore e di volontà. Normalmente, per chiunque, l’inizio di questo itinerario di trasformazione è un momento indimenticabile:

«Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,40).

Scoprire dove il Signore ama dimorare e imparare che in questo luogo — che è la volontà del Padre — dimora anche il nostro desiderio è la via ordinaria con cui ci viene rivelato quale “destino” si nasconde dentro il mistero della nostra vocazione: «Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa”» (1,42).

L’esperienza del peccato cessa di essere la cifra della nostra vita non quando ci emendiamo da ogni errore e imperfezione, ma quando cessiamo di essere determinati dalle nostre coordinate biologiche per entrare nella libertà dei figli di Dio:

«Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio» (1Gv 3,9).

Impeccabili lo siamo nella misura in cui restiamo nei diritti maturati attraverso il battesimo: poter esistere davanti al volto del Padre sempre a partire da quello che siamo, affinché il germe dello Spirito ci trasformi nell’immagine del suo Figlio e nella forma della sua carità. Su questo punto, nessuno può né deve ingannarci.

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Ripetuto tre volte in soli due versetti, il verbo μένω (mèno) è uno dei termini più propri del quarto Vangelo, che lo usa – e progressivamente lo rivela – in tutta la sua densità di significato. Qui Giovanni ne mostra già due sfumature: “stare di casa, abitare” e “re-stare dove si è, continuare”, nel senso traslato di non lasciare un certo stato di vita o ambiente. La notazione del narratore sul fatto che i discepoli “quel giorno rimasero con lui”, omettendo ogni precisazione di luogo, comincia a evocare che il luogo in cui sia Gesù che i discepoli si sentono a casa è una relazione di comunione personale e duratura, capace di “rimanere”. Ripetuto tre volte in soli due versetti, il verbo μένω (mèno) è uno dei termini più propri del quarto Vangelo, che lo usa – e progressivamente lo rivela – in tutta la sua densità di significato. Qui Giovanni ne mostra già due sfumature: “stare di casa, abitare” e “re-stare dove si è, continuare”, nel senso traslato di non lasciare un certo stato di vita o ambiente. La notazione del narratore sul fatto che i discepoli “quel giorno rimasero con lui”, omettendo ogni precisazione di luogo, comincia a evocare che il luogo in cui sia Gesù che i discepoli si sentono a casa è una relazione di comunione personale e duratura, capace di “rimanere”. Ripetuto tre volte in soli due versetti, il verbo μένω (mèno) è uno dei termini più propri del quarto Vangelo, che lo usa – e progressivamente lo rivela – in tutta la sua densità di significato. Qui Giovanni ne mostra già due sfumature: “stare di casa, abitare” e “re-stare dove si è, continuare”, nel senso traslato di non lasciare un certo stato di vita o ambiente. La notazione del narratore sul fatto che i discepoli “quel giorno rimasero con lui”, omettendo ogni precisazione di luogo, comincia a evocare che il luogo in cui sia Gesù che i discepoli si sentono a casa è una relazione di comunione personale e duratura, capace di “rimanere”. Il termine Μεσσίας (Messìas) ricorre solo due volte in tutto il Nuovo Testamento, entrambe nel Quarto Vangelo, qui e sulle labbra della donna samaritana in Gv 4,25, e in entrambi i casi è tradotto con “Cristo”, secondo l’interpretazione greca dell’ebraico mashiah: χριστός (kristòs), l’Unto. Nel riferimento all’unzione si condensa tutta la tradizione regale, sacerdotale e profetica riguardante la figura del Messia atteso nell’Antico Testamento. Andrea la fa propria indicando Gesù a Simone con questo titolo. Ma dietro l’evocazione di tale sfondo, tutto avviene sul piano delle relazioni, che sono il luogo della rivelazione più inaudita e nello stesso tempo più alla portata di tutti.

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