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A Filippo è riservata questa espressione, che non ricorre altrove negli Atti, e per la prima volta compare il verbo kērussō (κηρύσσω), proclamare. La predicazione di Filippo ai samaritani è messianica: proclama Gesù come il Cristo, che compie le promesse di Dio, orientando a lui la speranza messianica samaritana sulla venuta di un profeta come Mosè.
Il verbo prosechō (προσέχω) gioca un ruolo importante nei versetti che seguono. Si potrebbe tradurre con “volgere (sottinteso: la mente) verso, aderire a”. In questo caso, i samaritani aderiscono non a Filippo, ma alle sue parole. Luca infatti introduce il binomio udire/vedere, per cui la visione dei segni legittima la parola udita e questa interpreta i segni.
L’invio dei due apostoli non va interpretato come la nascita di una potestà giuridica sulla nuova comunità di credenti. Al contrario, per Luca il collegio dei Dodici rappresenta una mediazione indispensabile nella storia della salvezza, garanzia di unità e di stabilità all’origine della Chiesa. Più che di struttura gerarchica, si può parlare piuttosto di struttura di comunione.
La Chiesa riprende questo rito dal giudaismo, per compierlo in occasione del battesimo, dell’invio in missione, dell’insediamento in un ministero, della preghiera di guarigione. Non è un gesto riservato agli apostoli, ma può essere compiuto da un credente o da tutta la comunità. Con esso la Chiesa esprime la propria coscienza di essere il canale di una grazia ricevuta da Dio e in questo senso tramette un dono di forza, ma non un carisma particolare.
Sullo sfondo di questo brano vi è il Deuteronomio: con il plurale “comandamenti” si potrebbero intendere le miswoth giudaiche, che Gesù fa proprie. Ma occorre considerare che, nel Vangelo di Giovanni, Gesù si pone come il fondamento della legge giudaica, al contempo relativizzandola in rapporto a sé: Gesù stesso fa assumere degli obblighi nell’amore e in nome dell’amore per lui. Egli stesso diventa la norma, rispettando sia la funzione della legge mosaica nel disegno di Dio sia la fedeltà a ciò che la relazione d’amore con lui comanda.
Sullo sfondo di questo brano vi è il Deuteronomio: con il plurale “comandamenti” si potrebbero intendere le miswoth giudaiche, che Gesù fa proprie. Ma occorre considerare che, nel Vangelo di Giovanni, Gesù si pone come il fondamento della legge giudaica, al contempo relativizzandola in rapporto a sé: Gesù stesso fa assumere degli obblighi nell’amore e in nome dell’amore per lui. Egli stesso diventa la norma, rispettando sia la funzione della legge mosaica nel disegno di Dio sia la fedeltà a ciò che la relazione d’amore con lui comanda.
Commento alla Liturgia
VI Domenica di Pasqua
Prima lettura
At 8,5-8.14-17
5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città. 14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. 15Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 65(66)
R. Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode. R.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome». R.
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno. R.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. R.
Seconda Lettura
1Pt 3,15-18
15ma adorate il Signore , Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 16Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, 18perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Vangelo
Gv 14,15-21
15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".
Note
Il tuo nome è Futuro, alleluia!
Le ultime parole del vangelo ci pongono come discepoli a cavallo del tempo, in una magnifica tensione tra passato, presente e futuro:
«Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).
Il tempo che viviamo è quello in cui ciascuno di noi è chiamato a vivere in una memoria che si fa continuamente apertura a un futuro che è quello della presenza e della promessa di Dio, una promessa che dà alla nostra vita consistenza e verità. Nonostante tutto, forse anche noi, a livello della nostra evoluzione spirituale, che naturalmente è ancora incompleta, siamo nella condizione di quanti in Samaria erano divenuti credenti eppure «non era disceso sopra nessuno di loro lo Spirito Santo» (At 8,15). È chiaro che, con i sacramenti dell’iniziazione cristiana, come già nel dono del soffio di vita ricevuto nel momento della nostra nascita, lo Spirito di Dio aleggia sulle nostre esistenze e anima la nostra vita di credenti. Nondimeno questo dono di presenza intima e corroborante di Dio nella nostra vita è ancora e sempre tutto da ricevere, nel senso che non è mai completamente compiuta la sua opera di animazione della speranza, nel tessuto delle nostre vite. Come spiega un padre della Chiesa: «Il dono, che è Cristo, è dato interamente a tutti. Resta ovunque a nostra disposizione e ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo. Dimorerà in noi sino alla fine del mondo, è il conforto della nostra attesa, è il pegno della speranza nella futura realizzazione dei suoi doni, è la luce delle nostre menti, lo splendore delle nostre anime» (ILARIO DI POITIERS, Trattato sulla Trinità, 2, 35).
È la presenza dello Spirito dentro di noi che ci rende capaci di mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Pietro:
«adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).
È come se la nostra vita credente fosse chiamata a vivere continuamente nella sospensione a, al contempo, nell’assunzione delle coordinate temporali: è nella memoria del futuro che attingiamo la forza per vivere con serenità e responsabilità il presente. Ancora: è l’attesa di qualcosa che ci attende e ci precede a darci la fantasia di una fedeltà alla storia che pure non si identifica mai con ciò che siamo chiamati puntualmente a vivere. La promessa del Signore Gesù non è una semplice consolazione, suona piuttosto come un orientamento attraverso cui siamo difesi da noi stessi, dalla nostra tentazione di ripiegarci sul passo che stiamo compiendo per inserirlo, invece, in un cammino ben più ampio:
«Non vi lascerò orfani: verrò da voi» (Gv 14,18).
La promessa del Signore Gesù che ci assicura del fatto che egli ci viene incontro, permette alla nostra vita di andargli veramente incontro attraverso la fedeltà alle piccole e grandi realtà del quotidiano. Questo dinamismo diviene parte integrante del futuro di Dio, che è l’unico presente degno di essere vissuto. Tutto questo non solo è pensabile e desiderabile, ma pure concretamente vivibile e percepibile a una condizione che non è una condizione, bensì un respiro:
«Se mi amate…» (Gv 14,15).
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