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Il verbo sunechō (συνέχω) è ricco di sfumature di significato: tenere insieme, premere, costringere, sospingere. Nelle lettere paoline è usato solo qui e in Fil 1,23. In entrambi i casi, evoca una pressione sulla persona, e nello stesso tempo rende la difficoltà di esaurire la forza dell’amore che Cristo ha per i suoi.
Alla lettera, ktisis (κτίσις) significa “creazione”, ma l’espressione può essere considerata una sineddoche, figura retorica che sostituisce un termine con un altro che mantiene col primo un rapporto di continuità (in questo caso, il tutto per la parte). Nell’AT il concetto di “nuova creazione” indica il rinnovamento che Dio opererà alla fine della storia. Paolo sottolinea invece che questo rinnovamento è stato già inaugurato al presente con la morte e risurrezione di Cristo.
Alla lettera, il verbo apodìdōmi (ἀποδίδωμι) andrebbe tradotto con “restituirai” al Signore “quanto gli hai promesso con giuramento”. Con questo significato, il verbo compare nel Vangelo di Matteo 15 volte. Già nell’antichità classica poteva significare anche “compiere i voti fatti).
Il sostantivo ponēròs (πονηρός) nel Vangelo di Matteo ha la più alta occorrenza di tutto il Nuovo Testamento (26 volte, rispetto alle 13 di Luca e alle 2 di Marco). In questo caso, il Maligno esprime una personificazione del male, il male in senso personale. Poiché, tuttavia, il termine può essere sia di genere maschile che neutro, quando è neutro significa “tutto il male”, oppure “cose malvagie”. Nel caso del Padre Nostro, però, poiché al genitivo i due generi coincidono, i Padri della Chiesa si sono divisi sull’interpretazione: “liberaci dal Maligno” oppure “liberaci dal male”.
Commento alla Liturgia
Sabato della X settimana di Tempo Ordinario
Prima lettura
2Cor 5,14-21
14L'amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. 15Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. 16Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. 17Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. 18Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. 20In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 102(103)
R. Misericordioso e pietoso è il Signore.
Oppure:
R. Il Signore è buono e grande nell'amore.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici. R.
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia. R.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore.
Non è in lite per sempre,
non rimane adirato in eterno. R.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l'oriente dall'occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe. R.
Vangelo
Mt 5,33-37
33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti". 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno.
Note
Approfondimenti
Il campo semantico della riconciliazione (katallagē, καταλλαγή) è esclusivamente paolino nel NT e nella maggior parte dei casi ha una connotazione teologica. il concetto di riconciliazione è usato nell’antichità greca soprattutto per la restaurazione di buoni rapporti fra popoli o fra persone dopo un periodo di scontro e di inimicizia.
Letteralmente, kata-allos significa “scambiare qualcosa con un’altra”, cioè “scambiare l’ostilità con una relazione amichevole”, per questo “riconciliare”. Il participio aoristo del verbo katallassō (καταλλάσσω) indica qui un momento preciso nel tempo, cioè quello della morte in croce di Cristo. In Paolo, infatti, non è l’uomo a cercare la riconciliazione con Dio: questa è piuttosto una gratuita e unilaterale iniziativa divina. Paolo e i suoi collaboratori, quindi, non sono i mediatori della riconciliazione – mediatore è solo Cristo – ma gli annunciatori di quanto Dio ha operato a favore dell’umanità.
Il campo semantico della riconciliazione (katallagē, καταλλαγή) è esclusivamente paolino nel NT e nella maggior parte dei casi ha una connotazione teologica. il concetto di riconciliazione è usato nell’antichità greca soprattutto per la restaurazione di buoni rapporti fra popoli o fra persone dopo un periodo di scontro e di inimicizia.
Letteralmente, kata-allos significa “scambiare qualcosa con un’altra”, cioè “scambiare l’ostilità con una relazione amichevole”, per questo “riconciliare”. Il participio aoristo del verbo katallassō (καταλλάσσω) indica qui un momento preciso nel tempo, cioè quello della morte in croce di Cristo. In Paolo, infatti, non è l’uomo a cercare la riconciliazione con Dio: questa è piuttosto una gratuita e unilaterale iniziativa divina. Paolo e i suoi collaboratori, quindi, non sono i mediatori della riconciliazione – mediatore è solo Cristo – ma gli annunciatori di quanto Dio ha operato a favore dell’umanità.
Ambasciatori
L’apostolo Paolo si lascia andare a un senso di grande passione e di responsabilità quando dice con energia e convinzione:
«In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta» (2Cor 5,20).
L’oggetto di questa ardente esortazione è la seguente: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». Il lavoro di riconciliazione cui siamo chiamati non è solo quello che concerne la richiesta di perdono per i nostri peccati e le nostre colpe, ma un cammino più profondo del nostro cuore che ci permetta di diventare sempre più conformi al desiderio che diciamo di coltivare e a ciò che diciamo di volere. La parola del Signore Gesù ci porta ancora più lontano… anzi più in profondità: «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”» e aggiunge, quasi per farci percepire l’importanza e la gravità di tutto ciò: «il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). La sfida che il Signore offre ai suoi discepoli è di essere intimamente ed essenzialmente riconciliati in se stessi tanto da riuscire a fare unità tra ciò che si dice e ciò che si deve.
Secondo la logica delle beatitudini, si tratta di diventare ambasciatori credibili e capaci di suscitare un desiderio di conversione che si rivela attraverso una profondità del cuore nella piena coscienza: «perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello» (5,36). La conseguenza di tutto ciò è quanto viene delineato dall’apostolo:
«Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove« (2Cor 5,16-17).
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