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È un verbo raro homeiromai (ὁμείρομαι), unica occorrenza nel NT, che esprime l’attaccamento appassionato dei predicatori del vangelo riprendendolo dal senso letterale di un “desiderare intensamente” proprio dei genitori verso i figli.
La decima sui prodotti della terra era prescritta in Deuteronomio 14,22-29 per il frumento, il vino, l’olio e per i primi nati del bestiame- L’obbligo era poi stato esteso a tutto ciò che serve di alimento e quindi, nell’interpretazione intensiva dei farisei, che accresceva i contenuti dei precetti, anche a erbe e spezie. Gesù qui non contesta questa scelta dei farisei ma si preoccupa che l’attenzione verso queste cose piccole rischia di far trascurare le cose più importanti.
Il verbo katharizō (καθαρίζω) è un verbo tecnico decisivo per la religione giudaica, e con un significato molto più ampio e complesso di “pulire”. Mentre Gesù non abolisce nessuna parte della Torah, in cui le norme di purità hanno un ampio peso, la interpreta però diversamente rispetto alla tradizione (halakà), criticando una eccessiva estensione e intensificazione dei precetti della Torah, al punto che la tradizione (o Torah orale) rischiava di andare addirittura oltre il senso originario e di creare un sistema di sensi di colpa, controllo sociale, legalismo.
Commento alla Liturgia
Martedì della XXI settimana di Tempo Ordinario
Prima lettura
1Ts 2,1-8
1Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. 3E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; 4ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. 5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. 6E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. 8Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 138(139)
R. Signore, tu mi scruti e mi conosci.
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,
osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie. R.
La mia parola non è ancora sulla lingua
ed ecco, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
Meravigliosa per me la tua conoscenza,
troppo alta, per me inaccessibile. R.
Vangelo
Mt 23,23-26
23Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. 24Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! 25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi pulito!
Note
Approfondimenti
Il termine trophos (τροφός), “nutrice”, non ricorre in nessun altro testo del NT. Nella versione dei LXX si trova solo in tre testi, ma senza valenza teologica o religiosa. Il testo di Is 49,23 è di particolare interesse perché descrive la tenerezza di Dio in termini materni: “I re saranno i tuoi tutori, le loro principesse le tue nutrici”. Molti testi dell’AT esprimono il rapporto di Dio con il suo popolo con immagini paterne e materne. In questo testo, Paolo risalta il ruolo della madre che nutre, protegge e si prende cura dei figli che ha generato.
Questo è confermato dall’uso del verbo thalpō (θάλπω), che significa “riscaldare, prendersi cura, proteggere”. Nella LXX descrive l’atteggiamento della madre – uccello o struzzo – nei confronti delle uova o degli uccellini.
Coraggio
Le parole dell’apostolo sono le più giovani delle Scritture Cristiane e per questo le più ardenti:
«Ma, dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1Ts 2,2).
Quelle cui si riferisce l’apostolo Paolo sono ancora le «lotte» che vengono piuttosto dall’esterno della comunità e non ancora dall’interno delle comunità dei discepoli, le cui divisioni e contrapposizioni faranno soffrire così tanto Paolo e i suoi collaboratori. Questa stessa parola «Vangelo» (2,4) è ancora così giovane da essere assolutamente nuova non solo come contenuto di annuncio ma anche come forma e stile di comunicazione: «non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori» (2,4). A distanza di due millenni dal risuonare del Vangelo nel mondo, attraverso l’annuncio della Chiesa, dobbiamo riconoscere che le parole del Signore Gesù, pronunciate per stigmatizzare il modo di comportarsi dei farisei, rischiano di essere purtroppo meritate anche dai nostri comportamenti:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumino e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, misericordia e la fedeltà» (Mt 23,23).
A questo «guai» che già basterebbe a metterci in crisi, fino a indurci a rivedere radicalmente il nostro modo di essere discepoli e di testimoniare insieme come Chiesa il Vangelo di Cristo, se ne aggiunge un altro: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza» (23,25). Possiamo solo immaginarlo, ma osiamo farlo come aiuto a ciò che, in ogni modo, è richiesto a noi. Chissà quante volte l’apostolo Paolo deve aver riflettuto sulla sua «condotta di un tempo» (Gal 1,13) lasciandosi toccare e purificare dal fuoco di quel Vangelo che ha trasformato radicalmente la sua vita. Se qualcuno dei discepoli che conservavano e trasmettevano i detti del Signore gli avrà trasmesso anche quello con cui si conclude la pericope odierna, sicuramente il cuore di Paolo deve esserne stato profondamente toccato, nel duplice senso dell’esserne ferito e guarito al contempo:
«Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!» (Mt 23,26).
Operazione, quella richiesta dal Signore Gesù, che possiamo presumere abbia impegnato tutta la vita di Paolo e nella quale siamo chiamati a dare noi stessi il meglio della nostre energie. Ciò che traspare dalle parole della prima lettura può e deve diventare pure il nostro cammino di conversione profonda: «siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre che ha cura dei propri figli» (1Ts 2,7). Si compie fino alla sua pienezza, in tal modo, l’esortazione del Signore: «Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle» (Mt 23,23). E se non fosse chiaro, è l’esempio dell’apostolo a dirci praticamente che cosa questo significhi:
«Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1Ts 2,8).
Invece di filtrare il «moscerino» e ingoiare «il cammello» (Mt 23,24), come ci accade di fare molto più spesso di quanto desideriamo e immaginiamo, siamo chiamati a prenderci cura dei minimi dettagli dell’amore e della cura con quel coraggio e quella resistenza che dimostrano i cammelli nelle lunghe traversate del deserto per portare il carico dei doni con immutata pazienza. Sì, ci serve il coraggio e l’ostinazione del cammello per non fare del vangelo un semplice annuncio, ma uno stile riconoscibile e desiderabile.
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