www.nellaparola.it
Pur essendo tradotto al maschile plurale, letteralmente il termine è υἱοθεσία (uiothesìa), che esprime l’idea dell’adozione, composto com’è da υἱός (uiòs, figlio maschio) e τίθημι (tìthemi, porre, qui meglio costituire). Si tratta di un termine tecnico con sfumature giuridiche, ma negli scritti di Paolo assume il senso traslato di una relazione filiale tra Dio e gli uomini, senza distinzione di sesso. Una filiazione non naturale, ma mediata da Gesù Cristo, il Figlio: partecipi del suo mistero di incarnazione, passione e resurrezione, anche noi acquisiamo lo status di figli legittimi, eredi dei beni e delle promesse del Padre.
Il verbo κατέλαβεν (katelaben) non è facile da tradurre. È formato dal verbo «afferrare» (λαμβάνω), preceduto da un prefisso che intensifica il valore del verbo (κατά). Ne risulta una forte ambivalenza che oscilla dal significato di «accogliere» a quello di «sopraffare». Il prologo sembra così dire che, di fronte al sorgere della luce vera (il Verbo di Dio), le tenebre della nostra umanità hanno solo due scelte: accogliere o respingere. Ma nemmeno la nostra indifferenza può spegnere il desiderio di Dio di raggiungerci.
Letteralmente, il termine è al plurale e questa lezione è unica nel corpus giovanneo: “non da sangui”. Secondo alcuni studiosi, la Bibbia usa il singolare finché il sangue circola all’interno della persona ed è quindi segno di vita, e il plurale quando è versato con la morte. Lo stesso termine al plurale si applica al ciclo mestruale della donna, tanto che ricorre nel libro del Levitico in riferimento alle norme per la purificazione rituale dopo il parto. È importante osservarlo perché il plurale svincola l’appartenenza “ai suoi” – al popolo eletto – dall’ascendenza di una madre giudea e la associa invece alla fede.
Questo verbo finale del prologo, exēghèomai (ἐξηγέομαι), ha un duplice significato: quello abituale di “condurre da un luogo a un altro” assumendosi la responsabilità della guida, e l’altro di “far comprendere”, nel senso che Gesù come Figlio è l’esegeta e l’esegesi del Padre, la guida e la via. Il verbo ricorre nel NT 6 volte, di cui 5 nell'opera lucana per lo più in questo significato di "narrare". Il verbo invita dunque a rileggere l’insieme del testo nella prospettiva della relazione unica di Gesù col Padre, grazie alla quale il Figlio si comunica in noi (cf. v. 14), “trascinandoci” con sé, secondo un’evocativa traduzione di exēghèomai.
Commento alla Liturgia
Domenica della II settimana di Natale
Prima lettura
Sir 24,1-2,8-12
1Figlio, se ti presenti per servire il Signore, * prepàrati alla tentazione. 2Abbi un cuore retto e sii costante *, non ti smarrire nel tempo della prova. 3Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. 4Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, 5perché l'oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. [Nelle malattie e nella povertà confida in lui.] 6Affìdati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui*. 7Voi che temete il Signore, aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere. 8Voi che temete il Signore, confidate in lui, e la vostra ricompensa non verrà meno. 1La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. 2Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria: 3"Io sono uscita dalla bocca dell'Altissimo e come nube ho ricoperto la terra. 4Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. 5Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. 6Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio. 7Fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere. 8Allora il creatore dell'universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: "Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele". 9Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l'eternità non verrò meno. 10Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. 11Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. 12Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità. 13Sono cresciuta come un cedro sul Libano, come un cipresso sui monti dell'Ermon. 14Sono cresciuta come una palma in Engàddi e come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura e come un platano mi sono elevata. 15Come cinnamòmo e balsamo di aromi, come mirra scelta ho sparso profumo, come gàlbano, ònice e storace, come nuvola d'incenso nella tenda. 16Come un terebinto io ho esteso i miei rami e i miei rami sono piacevoli e belli. 17Io come vite ho prodotto splendidi germogli e i miei fiori danno frutti di gloria e ricchezza. 18Io sono la madre del bell'amore e del timore, della conoscenza e della santa speranza; [eterna, sono donata a tutti i miei figli, a coloro che sono scelti da lui.] 19Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti, 20perché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi vale più del favo di miele*. 21Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete. 22Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà*". 23Tutto questo è il libro dell'alleanza del Dio altissimo, la legge che Mosè ci ha prescritto, eredità per le assemblee di Giacobbe. [ 24Non cessate di rafforzarvi nel Signore, aderite a lui perché vi dia vigore. Il Signore onnipotente è l'unico Dio e non c'è altro salvatore al di fuori di lui.] 25Essa trabocca di sapienza come il Pison e come il Tigri nella stagione delle primizie, 26effonde intelligenza come l'Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, 27come luce irradia la dottrina, come il Ghicon nei giorni della vendemmia. 28Il primo uomo non ne ha esaurito la conoscenza e così l'ultimo non l'ha mai pienamente indagata. 29Il suo pensiero infatti è più vasto del mare e il suo consiglio è più profondo del grande abisso. 30*Io, come un canale che esce da un fiume e come un acquedotto che entra in un giardino, 31ho detto: "Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola". Ma ecco, il mio canale è diventato un fiume e il mio fiume è diventato un mare. 32Farò ancora splendere la dottrina come l'aurora, la farò brillare molto lontano.* 33Riverserò ancora l'insegnamento come profezia, lo lascerò alle generazioni future*. 34Vedete che non ho faticato solo per me, ma per tutti quelli che la cercano.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 147
R. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R.
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce. R.
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. R.
Seconda Lettura
Ef 1,3-6.15-18
3Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. 4In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, 5predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d'amore della sua volontà, 6a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. 15Perciò anch'io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell'amore che avete verso tutti i santi, 16continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, 17affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi
Vangelo
Gv 1,1-18
1In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2Egli era, in principio, presso Dio: 3tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. 6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15Giovanni gli dà testimonianza e proclama: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me". 16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Note
Approfondimenti
Il verbo all’imperfetto, in greco e in italiano, non rimanda a un passato concluso. Trattandosi del verbo essere, l’imperfetto assume il significato di un passato che influisce sul presente: “in principio c’era/c’è la parola”. La parola è sempre stata in principio e vi rimane per sempre. L’affermazione si applica a tutto ciò che comincia. La parola instaura così uno spazio-tempo umano, quindi relazionale e culturale. Il verbo “era” richiama anche il nome divino che si trova in Es 3,14: “Io sono colui che sono”.
Più precisamente, con il primo "era" non si dice che il Logos sia stato creato ma che esisteva in eterno. Tuttavia, il Logos non va identificato con Dio: nel terzo "era", davanti alla parola "Dio" non vi è articolo, e questo non autorizza la traduzione "era uguale a Dio" o "era simile a Dio", piuttosto l'assenza dell'articolo mantiene la distinzione delle due realtà, che mantengono una comunione personale d'amore. Si potrebbe tradurre "ciò che era Dio lo era anche il Verbo".
Il concetto di logos (λόγος) del quarto vangelo deriva dalla letteratura ebraica più che dalla filosofia greca, in particolare dai concetti teologici di Parola e di Sapienza. A partire dai racconti di creazione, si sviluppa in Israele una profonda riflessione sul concetto di “parola di Dio” come potenza che crea e sostiene il mondo.
I libri sapienziali (cf. Pr 8, Gb 28, Sir 24, Sap 7-9) descrivono la Sapienza come la prima delle creature, che ha cooperato con Dio nella creazione dell’universo come archetipo o come architetto. La Sapienza ha cercato una dimora stabile in mezzo agli uomini e, dopo essere stata rifiutata, avrebbe ricevuto ordine da Dio di stabilirsi in Israele, nella città santa di Gerusalemme.
In ogni caso, il prologo non usa il termine greco sophìa ma quello di Logos, che linguisticamente si avvicina di più al concetto di “parola”. Inoltre, nel giudaismo, le ipostasi bibliche della Sapienza, della Parola, della Torah, non diventano mai delle personalizzazioni, come invece avviene nel prologo.
Riconoscere
Con estrema sapienza, in questa domenica la liturgia ci fa indugiare ancora sul solenne prologo di Giovanni, già accolto come Vangelo nel giorno di Natale. Questo inno teologico è tutto dominato dalla metafora della «luce», presentata come forza creatrice che dona «vita» (Gv 1,4) a «tutto ciò che esiste» (1,3) e che si rivela invincibile persino nella regione dell’oscurità:
«La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5).
Giovanni tesse la trama di questa composizione letteraria facendo un esplicito riferimento alla Genesi, mediante lo stesso incipit letterario: «In principio» (Gv 1,1; cf. Gen 1,1). L’intento comunicativo sembra piuttosto evidente: la venuta nella carne umana del logos eterno di Dio è paragonabile a una vera e propria ri-creazione del mondo nella pienezza dei tempi. Eppure, proprio il confronto con il racconto della Genesi mette subito in guardia dal rischio di rimanere confinati in un semplice stupore estetico. Svelando il mistero della creazione, l’autore sacro fa riferimento a una prima «luce» – che risponde al perentorio comando di Dio: «Sia la luce» (Gen 1,3) – e, successivamente, ad altre «luci» che assolvono il compito di distinguere e regolare il giorno e la notte (cf. Gen 1,14-16). C’è dunque diversità di luci all’interno della realtà; non tutte sono uguali e preposte al medesimo scopo. Ciò corrisponde a quanto Giovanni si preoccupa di precisare nello sviluppo drammatico del prologo:
«veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
La festa della luce – il Natale del Signore Gesù – vuole sempre e anzitutto farci recuperare la necessaria distinzione tra le molteplici luci presenti nel mondo e la luce vera del mondo, il «Figlio amato» (Ef 1,6) nel quale per ogni uomo e ogni donna si apre la possibilità di diventare «figli adottivi» (1,5) dell’eterno Padre. Fuori metafora, ciò significa che, sebbene molte «illuminazioni» sappiano accendere e orientare i nostri passi, c’è una sola benedizione ad attenderci al termine del nostro pellegrinaggio in questo mondo:
«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,3-4).
La luce vera di cui parla l’evangelista Giovanni è il senso profondo della realtà, la manifestazione di un mistero di amore grandissimo e inarrestabile che corrisponde al volto di Dio e alla rivelazione della sua possibile paternità nei nostri confronti. Questa luce autentica non può che affrontare l’incontro – mai scontato – con il mistero di un’altra libertà, la nostra:
«Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,10-11).
Se vogliamo riconoscere – cioè approfondire – il dono di questa luce, che ci ha rivelato «il potere» (1,12) di essere riconosciuti anche noi figli nel «Figlio amato» (Ef 1,6), dobbiamo avere il coraggio di saper rinnegare ogni altra forma di «illuminazione» facile e immediata, con cui spesso siamo tentati di rischiarare l’oscurità dei nostri giorni. Le tenebre che ostacolano l’insorgere della luce vera non sono solo quelle del fallimento morale, ma anche quelle della scorciatoia religiosa con cui proviamo a simulare una fiducia in Dio, negli altri e nella realtà, non ancora maturata in noi.
Non basta sapere che siamo figli amati, ma occorre assimilare la sapienza del Vangelo fino a farla diventare quasi un «vanto» da esibire nel cuore dei nostri punti di maggior debolezza e dentro i nostri più estenuanti combattimenti interiori:
«La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria» (Sir 24,1-2).
Per onorare il Natale non ci resta che acconsentire all’ostinato desiderio di Dio di radicarsi in noi, fino al punto da rendere il dono della nostra figliolanza ugualmente invincibile e imperturbabile:
«Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità» (Sir 24,12).
Cerca nei commenti